Badoglio: “Sparare a vista contro i dimostranti”

*Il nuovo governo impone lo stato d’assedio * Proibita la ricostituzione dei partiti * La guerra continua ma intanto si tratta l’armistizio * Il maresciallo è pessimista: «Finiremo con la gola tagliata»


 

25luglio03Mentre Mussolini usciva da Villa Savoia in stato di arresto, il duca Acquarone già convocava dal re il maresciallo Pietro Badoglio. Questi giunse verso le ore 18 a bordo della sua auto, un’Artena, e aveva gia in tasca la lista dei ministri. Ma Vittorio Emanuele non l’approvò: voleva un governo composto esclusivamente da tecnici e non un ritorno alla politica.
All’uscita, Badoglio montò con visibile soddisfazione sull’Alfa Romeo di Mussolini, che era rimasta all’interno della villa, e si fece portare al Viminale. Cominciava il governo cosiddetto dei «quarantacinque giorni», che restò insediato a Roma sino alla fuga del re e dei generali dopo l’armistizio.
Per prima cosa Badoglio si assicurò che tutte le Prefetture e le Questure avessero ricevuto
il telegramma che annunciava il mutamento di regime. Verso sera dette il «via» all’EIAR per l’annuncio della caduta di Mussolini.
Il direttore del giornale radio consegnò il bollettino e il testo dei due proclami allo speaker Titta Arista, che fu accompagnato al microfono da un carabiniere. Erano le 22,45.
Due minuti più tardi, la clamorosa notizia:
«Sua Maestà il ree imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo del governo, primo ministro, segretario di Stato di Sua Eccellenza il cavalier Benito Mussolini ed ha nominato capo del governo, primo ministro, segretario di Stato il cavaliere maresciallo d’Italia Pietro Badoglio ».
Quindi il proclama del re: «Italiani, assumo da oggi il comando di tutte le forze armate. Nell’ora solenne che incombe sui destini della Patria ognuno riprenda il suo posto di dovere, di fede, di combattimento: nessuna deviazione deve essere tollerata, nessuna recriminazione può essere consentita. Ogni italiano si inchini dinanzi alle gravi ferite che hanno lacerato il sacro suolo della Patria. L’Italia, per il valore delle sue forze armate, per la decisa volontà di tutti i cittadini, ritroverà, nel rispetto delle istituzioni che ne hanno sempre confortata l’ascesa, la via della riscossa. Italiani, sono oggi più che mai indissolubilmente unito a Voi dalla incrollabile fede nella immortalità della Patria. Vittorio Emanuele».
Infine il proclama di Badoglio: «Italiani, per ordine di Sua Maestà il re e imperatore assumo il governo militare del Paese con pieni poteri. La guerra continua. L’Italia, duramente colpita nelle sue province invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. Si serrino le file intorno a Sua Maestà il re e imperatore, immagine vivente della Patria, esempio a tutti. La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita e chiunque si illuda di potere intralciare il normale svolgimento, o tenti di turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente
colpito. Viva l’Italia. Viva il re. Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio».

Il nuovo governo impone lo stato d’assedio

luglio_1943Entrambi i proclami erano stati scritti da Vittorio Emanuele Orlando e ratificati dal re. Ma al di là delle dichiarazioni solenni e in fondo facili, Badoglio doveva far fronte a una situazione drammatica e intricata. Procedette da soldato, senza particolari finezze. Il 26 luglio venne affisso in tutto il paese un avviso che proclamava di fatto lo stato d’assedio e imponeva il coprifuoco dal tramonto all’alba. I poteri civili passavano alle autorità militari, tutte le pubbliche riunioni erano vietate, proibita la stampa di volantini e manifesti, pesante la censura sui giornali. Se a Roma le dimostrazioni popolari contro il fascismo erano state modeste e a carattere festevole, a Milano e Torino si erano tradotte in sparatorie con morti e feriti, altrove in assalti a magazzini e depositi di grano e olio. Badoglio emanò una circolare alle truppe con l’ordine di disperdere gli assembramenti «inesorabilmente». Eccone alcuni passi:
«Nella situazione attuale, col nemico che preme, qualunque perturbamento dell’ordine pubblico, anche minimo e di qualsiasi tinta, costituisce tradimento e può condurre a conseguenze gravissime. Qualunque pietà nella repressione sarebbe pertanto un delitto. Poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito. Siano assolutamente abbandonati i cordoni, gli squilli, le intimazioni e la persuasione».
«l reparti debbono mantenere grinta dura e atteggiamento estremamente risoluto. Abbiano fucile “a pronti” e non “a bracciarm”, Movendo contro gruppi di perturbatori si proceda in formazione di combattimento e si apra il fuoco a distanza anche con mortai ed artiglierie come se si procedesse contro truppe nemiche. Non è ammesso il tiro in aria. Si tira sempre a colpire come in combattimento. Apertura immediata del fuoco contro automezzi che non si fermano all’intimazione».
« l caporioni e istigatori del disordine siano senz’altro fucilati se presi sul fatto. Altrimenti
siano giudicati immediatamente dal tribunale di guerra. Il militare che compia il minimo gesto di solidarietà con i dimostranti o si ribelli o non obbedisca agli ordini venga immediatamente passato per le armi».
II 27 luglio il maresciallo annunciò la lista dei nuovi ministri.

Sottosegretari alla Presidenza del Consiglio dei ministri
Pietro Baratono dal 27 luglio 1943 al 17 aprile 1944
Dino Philipson dal 1º febbraio 1944 al 17 aprile 1944
Ministeri Affari Esteri
Ministro Raffaele Guariglia dal 28 luglio 1943 all’11 febbraio 1944
Pietro Badoglio dall’11 febbraio 1944 al 17 aprile 1944, ad interim
Africa Italiana
Ministro Melchiade Gabba dal 27 luglio 1943 al 24 febbraio 1944
Pietro Badoglio dal 24 febbraio 1944 al 17 aprile 1944, ad interim
Interno
Ministro Umberto Ricci dal 28 luglio 1943 all’11 febbraio 1944
Vito Reale dall’11 febbraio 1944 al 17 aprile 1944
Sottosegretari
Vito Reale dal 16 novembre 1943 all’11 febbraio 1944
Pietro Capasso dal 24 febbraio 1944 al 17 aprile 1944
Grazia e Giustizia
Ministro Gaetano Azzariti dal 26 luglio 1943 al 15 febbraio 1944
Ettore Casati dal 15 febbraio 1944 al 17 aprile 1944
Sottosegretari
Giuseppe Salvatore De Santis dal 16 novembre 1943 al 15 febbraio 1944
Finanze
Ministro Domenico Bartolini
dal 27 luglio 1943 all’11 febbraio 1944
Guido Jung dall’11 febbraio 1944 al 17 aprile 1944
Sottosegretari
Guido Jung dal 16 novembre 1943 all’11 febbraio 1944
Scambi e Valute
Dicastero soppresso con Regio Decreto n° 150 del 2 giugno 1944; le relative attribuzioni furono ripartite fra i ministeri delle Finanze e dell’ Industria, Commercio e Lavoro.
Ministro Giovanni Acanfora dal 26 luglio 1943 al 24 febbraio 1944
Guido Jung dal 24 febbraio 1944 al 2 giugno 1944, ad interim
Guerra
Ministro Antonio Sorice dal 26 luglio 1943 all’11 febbraio 1944
Taddeo Orlando dall’11 febbraio 1944 al 17 aprile 1944
Sottosegretari
Taddeo Orlando dal 15 novembre 1943 all’11 febbraio 1944
Aeronautica
Ministro Renato Sandalli dal 27 luglio 1943 al 17 aprile 1944
Marina
Ministro Raffaele de Courten dal 27 luglio 1943 al 17 aprile 1944
Sottosegretari
Pietro Barone dal 16 novembre 1943 al 17 aprile 1944, con delega per la Marina Mercantile
Produzione Bellica
Dicastero soppresso il 27 gennaio 1944
Ministro Carlo Favagrossa dal 27 luglio 1943 al 27 gennaio 1944
Agricoltura e Foreste
Ministro Alessandro Brizzi dal 27 luglio 1943 all’11 febbraio 1944
Falcone Lucifero dall’11 febbraio 1944 al 17 aprile 1944
Sottosegretari
Tommaso Siciliani dal 16 novembre 1943 all’11 febbraio 1944
Commercio e Industria
Denominazione modificata in Commercio, Industria e Lavoro nell’agosto 1943
Ministro Leopoldo Piccardi dal 26 luglio 1943 al 16 novembre 1943
Epicarmo Corbino dall’11 febbraio 1944 al 17 aprile 1944
Sottosegretari
Epicarmo Corbino dal 16 novembre 1943 all’11 febbraio 1944
Lavori Pubblici
Ministro Domenico Romano dal 27 luglio 1943 all’11 febbraio 1944
Raffaele De Caro dall’11 febbraio 1944 al 17 aprile 1944
Sottosegretari
Raffaele De Caro dal 16 novembre 1943 all’11 febbraio 1944
Comunicazioni
Ministro Federico Amoroso dal 27 luglio 1943 all’11 febbraio 1944
Tommaso Siciliani dall’11 febbraio 1944 al 17 aprile 1944
Sottosegretari
Giovanni Di Raimondo dal 16 novembre 1943 al 17 aprile 1944, con delega per le Ferrovie
Mario Fano dal 16 novembre 1943 al 17 aprile 1944, con delega per le Poste e Telegrafi
Cultura di massa
Ministro Guido Rocco dal 27 luglio 1943 al 15 agosto 1943
Carlo Galli dal 15 agosto 1943 al 24 febbraio 1944
Giovanni Cuomo dal 24 febbraio 1944 al 17 aprile 1944, ad interim
Educazione Nazionale
Ministro Leonardo Severi dal 27 luglio 1943 all’11 febbraio 1944
Giovanni Cuomo dall’11 febbraio 1944 al 17 aprile 1944
Sottosegretari
Giovanni Cuomo dal 16 novembre 1943 all’11 febbraio 1944

Il sovrano non aveva voluto il generale Castellano agli Affari esteri e il generale Carboni alla Cultura Popolare.
Nella prima seduta del governo (27 luglio) fu deciso lo scioglimento del partito nazionale fascista, e per conseguenza la soppressione del Gran Consiglio e del Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Cessavano di esistere anche i gruppi universitari fascisti, i fasci femminili, l’istituto nazionale di cultura fascista ed altre organizzazioni. I beni e gli apparati del partito furono messi in liquidazione, il personale licenziato, le attività assistenziali demandate ai comuni, alle province, ai ministeri competenti.

Proibita la ricostituzione dei partiti

Ma una decisione anche più importante fu quella di impedire la ricostituzione di altri partiti.
Vittorio Emanuele teneva a questo in modo particolare. Il 29 luglio l’agenzia Stefani comunicava:
«Il Consiglio dei ministri ha riaffermato il divieto della costituzione di qualsiasi partito politico per tutta la durata della guerra. E per conseguenza tassativamente vietato di fare uso, sotto qualsiasi forma, di distintivi, emblemi e vessilli che possano comunque riferirsi a partiti politici. Unico emblema che nell’ora attuale deve riunire e affratellare tutti gli italiani è il Tricolore. Lo stesso Consiglio ha poi proposto lo scioglimento della Camera dei fasci e delle corporazioni. Entro quattro mesi dalla cessazione dello stato di guerra sarà provveduto alla elezione di una nuova Camera dei deputati e alla conseguente convocazione e inizio della nuova legislatura. Detti provvedimenti hanno ottenuto l’immediata sanzione sovrana».
Fu iniziata la liberazione dei detenuti politici, mentre venivano annunciati, «per misura precauzionale di ordine pubblico», numerosi fermi di «persone in vista già militanti nelle file del disciolto partito nazionale fascista ».
Badoglio viveva nell’incubo di un colpo di mano nazifascista per riprendere il potere. La Gestapo aveva a Roma migliaia di agenti. Farinacci e Pavolini erano scappati in Germania.
Altri uomini del regime – tra cui i propagandisti Mario Appelius  e Virginio Gayda – si trovavano ospiti dell’ambasciata giapponese.
Nelle settimane di agosto vennero arrestati i generali Cavallero e Soddu, i gerarchi Teruzzi,
Scorza, Bottai, Starace, Galbiati, Freddi, Gravelli. Galeazzo Ciano non ebbe altra scelta che consegnarsi all’ambasciata tedesca. Lo squadrista e decorato di guerra Ettore Muti, considerato troppo pericoloso, venne ucciso a raffiche di mitra nella pineta di Fregene. Villa
Savoia e la casa di Badoglio, ai Parioli, furono circondate da granatieri in assetto di guerra.
Ma il capo del governo doveva soprattutto far fronte alla ventata di lassismo e disordine conseguente alla caduta di una dittatura ventennale.
Militarizzò il personale delle ferrovie, delle poste, della radio; confermò la validità delle norme sull’ammasso dei prodotti agricoli; estese la legge marziale anche alle province non considerate in stato di guerra, e dichiarò Roma «città aperta». La sua costante preoccupazione era poi che la gente si abbandonasse a manifestazioni pacifiste, cosa che avrebbe complicato i già delicatissimi rapporti con la Germania.
Il 29 luglio, a Firenze, si sparse la voce che l’armistizio era stato firmato e una fiumana di popolo percorse le vie del centro. Badoglio fece diramare il seguente comunicato:
«Continuano a circolare e a diffondersi false voci di avvenimenti eccezionali, che non hanno alcun fondamento. Queste voci sono evidentemente sparse da elementi irresponsabili e antinazionali che hanno interesse a turbare la tranquillità e l’ordine. Si invitano i cittadini a diffidare di tali voci e a non prestarsi alla loro diffusione».
Il grande problema – un vero dramma era quello di avviare le trattative di pace senza scatenare la rappresaglia di Hitler. Badoglio non aveva alcuna intenzione di affidare qualche missione a Grandi: l’uomo politico fascista ne sarebbe uscito valorizzato.
I circoli di sinistra e le logge massoniche (cui Badoglio apparteneva) non vedevano di buon occhio una mediazione del Vaticano.
Intanto la radio inglese invitava l’Italia ad arrendersi senza condizioni, escludendo una soluzione politica del conflitto ed ogni possibilità di pace negoziata.
Churchill ribadì il concetto alla Camera dei Comuni: «Lasciamo che gli italiani cuociano un po’ nel loro brodo e alziamo al massimo la fiamma allo scopo di accelerare il processo di disgregazione. Dobbiamo ottenere da loro tutto quel che ci è indispensabile per proseguire
la guerra contro il nostro nemico principale che è la Germania. E’ nell’interesse sia dell’Italia che degli alleati che vi sia una resa incondizionata».
Per gli Stati Uniti, il generale Eisenhower sembrò in un primo momento più malleabile.
Ma il 31 luglio anche lui intimò all’Italia la resa incondizionata, minacciando, in caso contrario, catastrofici bombardamenti. Avrebbe mantenuto la parola: il mese d’agosto vide incursioni terroristiche di spaventosa intensità su Milano, Torino, Roma, Napoli, Genova, Novara, Foggia, Terni, Bari, Taranto, Salerno, Civitavecchia e altre diecine di grossi centri, con migliaia di morti, diecine di migliaia di feriti e colossali distruzioni.

La guerra continua ma intanto si tratta l’armistizio

Badoglio fece ogni sforzo per simulare un effettivo proseguimento della guerra al fianco dei tedeschi. Ci teneva a non essere preso tra due fuochi. Il ministero della Propaganda ebbe il suo da fare, perché nella popolazione e nell’esercito l’insofferenza cresceva, si verificavano
qua e là episodi incresciosi («grida sediziose inneggianti al nemico», sassaiole di militari italiani contro «camerati germanici»). Lo stesso principe Umberto il 5 agosto dovette emanare un ordine di servizio: «E’ inammissibile e inconcepibile che militari italiani vengano meno ai doveri di cameratismo verso l’alleato che, con perfetta lealtà, si batte al nostro fianco per la difesa del sacro suolo della nostra Patria». La stampa fu costretta ad esaltare la tenace resistenza delle truppe dell’Asse in Sicilia e delle armate hitleriane in Russia. In effetti, sporadicamente, si poteva perfino vantare qualche successo: per esempio il 4 agosto i mezzi d’assalto della marina italiana violarono ancora la base di Gibilterra affondando due piroscafi americani.
Il 6 agosto lo Stato Maggiore tedesco e quello italiano si incontrarono a Tarvisio in un’atmosfera di sospetto.

Generale Vittorio Ambrosio: capo di Stato Maggiore generale dal febbraio al novembre del 1943.

Generale Vittorio Ambrosio: capo di Stato Maggiore generale dal febbraio al novembre del 1943.

Ambrosio chiese al feldmaresciallo Keitel di rimpatriare le divisioni italiane dislocate in Francia, Croazia, Grecia e Albania; chiese anche che i germanici spostassero le loro verso l’Italia meridionale. Ai nazisti, che di Badoglio non si fidavano minimamente, la proposta parve provocatoria. Il ministro degli Esteri von Ribbontrop, che sarebbe morto impiccato a Norimberga, ammonì Guariglia: «Il principio su cui ci basiamo è questo. Se l’Italia capitolerà, sarà anche la rovina della Germania. Potete darmi la parola d’onore che non state trattando per un armistizio?». Guariglia la dette, senza convincere il suo collega tedesco. I risultati del convegno di Tarvisio furono disastrosi. Gli italiani non ottennero nulla, i tedeschi riferirono al Fuhrer che la preparazione del «piano Student» per l’occupazione totale dell’Italia doveva essere accelerata.
Guariglia già tentava affannosamente di stabilire contatti segreti col quartier generale nemico. Bisognava aprire d’urgenza dei canali di comunicazioni. Il 2 agosto mandò a Lisbona il diplomatico Blasco D’Ajeta munito di un biglietto di Osborne, ambasciatore britannico presso la Santa Sede, per Ronald Campbell ambasciatore in Portogallo.
Poco dopo mandò in Svizzera una personalità molto conosciuta all’estero, Alberto Pirelli, e a Tangeri il consigliere di legazione Berio. Il 12 agosto partì infine per Lisbona il generale Giuseppe Castellano, l’uomo che alla fine, dopo una trattativa movimentata, tormentata e a tratti inconcludente, sarebbe riuscito a firmare l’armistizio di Cassibile. Inceppava la manovra diplomatica badogliana, fondata sul doppio gioco, un errore psicologico piuttosto grave: l’illusione di poter trattare «alla pari» con le potenze alleate ormai sicure di vincere.
L’Italia poneva come condizione che gli anglo-americani mettessero in atto un piano d’invasione in grande stile, capace di impedire la temuta rappresaglia tedesca.
Lo Stato Maggiore alleato non disponeva di forze sufficienti; ma non potendo ammetterlo,
insisteva sulla resa senza condizioni aggravando anzi giorno dopo giorno le clausole del diktat.

Il maresciallo è pessimista: «Finiremo con la gola tagliata»

La terribile incertezza di quelle settimane, unita alle privazioni e al martellamento aereo, fece svanire l’euforia iniziale e logorò alla svelta il prestigio di Badoglio.
Il naufragio veniva sentito da tutti come prossimo e lo stesso maresciallo d’Italia e capo del governo non nascondeva ai collaboratori il suo crescente pessimismo; più volte, accompagnandosi con un significativo gesto della mano, affermò: «Qui finiremo tutti con la gola tagliata». L’8 settembre era nell’aria.
Gli unici segni vitali e di rinnovamento venivano dal basso. Nonostante il divieto di ricostituzione dei partiti, la passione politica dilagava; si formavano gruppi e correnti, si stampavano fogli clandestini, rinascevano le vecchie organizzazioni sindacali sotto la guida di Bruno Buozzi, Guido De Ruggiero, Achille Grandi, Oreste Lizzadri e Giovanni Roveda. Vi furono scioperi e disordini alla Fiat Grandi Motori di Torino: la truppa sparò. Badoglio si rese conto che di fatto si stava formando, nel paese, una vera e propria opposizione. Per compiere un gesto popolare, fece aprire un’inchiesta sugli illeciti arricchimenti dei gerarchi fascisti. Tutti furono messi sotto inchiesta, da Galeazzo Ciano ai segretari dei fasci rionali. La stampa dava quotidiano rilievo alle notizie: il caso più clamoroso fu la presunta scoperta di 37 lingotti d’oro da un chilo ciascuno e di tre milioni di lire nelle valigie di Piero Gazzotti, ex federale di Torino. Il capo della polizia Senise smentì l’episodio, ma la commissione inquirente fu incitata ad andare fino in fondo e indagò perfino sulle sostanze di tre ministri in carica.
Gli antifascisti cominciano a riorganizzarsi. I gruppi politici clandestini di Milano, nonostante ciò, votarono un ordine del giorno contro il governo Badoglio, che non riusciva a portare l’Italia fuori dalla guerra. A Roma si riunì in casa del cattolico Giuseppe Spataro il primo comitato antifascista, di cui facevano parte uomini d’ogni tendenza:
dal liberale Bonomi all’«azionista La Malfa, dal radicaldemocratico Meuccio Ruini al comunista Concetto Marchesi, al democristiano Alcide De Gasperi. Si leggevano e diffondevano gli articoli di Croce, Salvatorelli, Einaudi, De Nicola.
Il desiderio di libertà premeva; i democratici vedevano nel nuovo governo uno strumento di repressione. Lo consideravano poco meno che un torbido epilogo del fascismo e parlavano di «regime Badoglio».
image_galleryIl re pensava invece che il maresciallo stesse concedendo troppo spazio alla politica, tanto
più che riaffioravano i sentimenti repubblicani di molti. Disse un giorno al suo aiutante di campo generale Puntoni:
«Badoglio me ne combina di tutti i colori. Sembra che il suo intento sia di fare il vuoto intorno alla monarchia. Gli ho parlato molto duramente e gli ho passato un promemoria scritto perché resti traccia di quanto gli ho detto e per scindere le responsabilità della Corona da quelle del governo. Gliele ho cantate in maniera così secca e risentita che se fosse a capo di un governo parlamentare dovrebbe dare le dimissioni.
E’ vero che alla cadrega Badoglio ci tiene molto!».
In quel « promemoria scritto si rimproverava al vecchio maresciallo di aver proceduto troppo duramente e in modo demagogico contro gli ex-appartenenti al partito fascista, tollerando invece l’attività palese o clandestina degli altri movimenti: «La massa onesta dei fascisti che si vede abbandonata dal re, perseguitata dal governo, mal giudicata e offesa dall’esigua minoranza dei vecchi partiti che per venti anni ha supinamente accettato ogni posizione di ripiego, mimetizzando le proprie tendenze politiche, tra non molto ricomparirà in difesa della borghesia a sinistra e contraria alla monarchia…». Vittorio Emanuele era come al solito preoccupato degli interessi dinastici. Aveva ragione. Il 2 giugno 1946 gli ex-fascisti avrebbero votato repubblica, e sarebbero stati probabilmente determinanti per il crollo della monarchia.


Pietro Zullino, I documenti terribili: il 25 luglio, Mondadori, Milano, 1973 (per gentile concessione Biblioteca di interesse locale “Lorenzo Lodi“)