Bergamaschi nelle tre campagne di Liberazione

Bergamo, 25 aprile 1946

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Una copia de “Il Giornale dl Popolo” del 4 maggio 1945

Nel primo anniversario della liberazione, accanto ai suoi Martiri che accettarono con stoicismo la morte ed accanto ai suoi Partigiani ardenti e intrepidi. Bergamo non vorrà dimenticare gli altri suoi figli che combatterono la stessa lotta nelle file delle formazioni regolari e premendo al di là della sorda, mostruosa barriera che separava in due gli Italiani contribuirono infine a spezzarla. In ispece non vorrà dimenticare quelli di loro che, stringendo in pugno l’arma con la quale avevano voluto aprirsi il passo fino alle proprie case. caddero anelando alle famiglie lontane in una disperata ansietà per la sorte tragica che era forse toccata ai loro cari.
Non ho potuto raccogliere dati statistici attendibili sul numero dei bergamaschi che in questa o in quell’ altra unità dell’Esercito hanno partecipato alle campagne di liberazione. Ma voglio almeno rievocare i nomi di otto nostri Caduti di questa provincia. ai quali va reverente il ricordo degli antichi e più fortunati compagni d’ arme; particolarmente in questo giorno. che è davvero un gran dono per chi sopravvisse, ma è appunto il dono che essi ci fecero.
Il bersagliere GIAMBATTISTA BONAGHI di Treviglio è caduto a Monte Lungo l’otto dicembre del ’43 nel primo fatto d’arme del Raggruppamento Motorizzato. Il sottotenente FRANCO MILESI di Albano S. Alessandro, il paracadutista GIACOMO BONA di Branzi e il paracadutista GIOVANNI STANGA di Bergamo sono caduti a Filottrano, la più cruenta delle nostre prove, nel luglio del ’44. Davanti a Jesi, pure nel luglio, è caduto davvero eroicamente il sergente dei bersaglieri GIUSEPPE RlCCARDI di Gorno; e ad Ostravetere in agosto, durante la battaglia per Ancona il soldato ITALO GOGGI di Trescore. Il sottotenente DANTE MANENTI di Bergamo si è generosamente immolato nel brillantissimo colpo di mano di Parrocchia di Vignale davanti a Bologna il l° aprile del ’45. Ed il 30 aprile, in quello che ritengo sia stato l’ultimo scontro della nostra guerra ha lasciato la vita a Ponti sul Mincio, a pochi chilometri dalla meta sospirata della sua casa, l’ardito MARIO GALBUSSERA di Ponte S. Pietro. In questo scontro, che indusse alla resa ostinate retroguardie tedesche, ha singolare suggestione riassuntiva il bilancio delle perdite, testimonianza di una fraternità d’armi, che non è fatto soltanto di parole; otto morti, di cui cinque arditi, due partigiani locali, un soldato americano.
Alla memoria di MILESI, di STANGA e di GALBUSSERA è stata concessa la medaglia di bronzo «sul campo»; quella d’argento a MANENTI; ed ho notizia ufliciosa che all’eroico RICCARDI, che il 4° Reggimento Bersaglieri assumeva a simbolo del generoso slancio delle fiamme cremisi, è stata decisa la concessione della medaglia d’oro al V. M. Nel numero e nella specie, questa proporzione di ricompense è così singolarmente elevata che Bergamo può esserne fiera.
lo ho avuta la ventura di comandare i nostri soldati nella guerra di liberazione. Questi soldati provenivano un po’ da tutte le regioni d’Italia e da tutti gli strati sociali; erano anche di tutte le tendenze. Costituivano quindi nel loro insieme uno specchio presumibilmente fedele della nostra razza con i suoi difetti e con le sue qualità.
Non sono state certo le risorse normali della disciplina militare che li hanno tenuti insieme, chi voleva aveva la possibilità di andarsene rimanendo praticamente impunito. Non sono state nemmeno le promesse di futuri segni tangibili della riconoscenza nazionale, effettivamente poi non mantenute; poichè siamo un popolo vecchio e, come tale, disincantato. Ciò che li ha tenuti insieme è stato una specie di istinto interiore a cui nemmeno sapevano di obbedire. Naturalmente brontolavano, anche i veterani di Napoleone brontolavano, tanto è vero che li chiamavano «grognards».
Lo spirito di questa gente era fuido, mutevole come i cieli di aprile. Nell’azione collettiva ci vuole pazienza e tenacia, moderazione dello spirito critico ed un illimitato sacrificio dell’io; altri popoli posseggono più di noi queste doti; perciò è così difficile guidare gli Italiani nella guerra e, credo io, nella politica. Ma un compito può essere difficile e tuttavia altamente redditizio; e questo credo io sia il caso.
L’Italiano è come una pila di energie nervose che rapidamente si scarica e continuamente deve essere ricaricata; bisogna sempre occuparsi di lui. Ma se gli si dà modo di applicare utilmente slancio e passione, realizza con mezzi minimi sorprendenti risultati. È con un senso di inesprimibile fierezza che io ricordo i miei soldati a lato o di contro, comunque a confronto, di soldati di tutte le razze. Li ricordo sopratutto quando erano laceri e scalzi, marciavano a piedi con le armi pesanti a spalla sotto il sole di agosto, combattevano senza carri e senza altri appoggi adeguati. Li ricordo quando alla vigilia mi apparivano stanchi e amari, irosi o depressi; e poi nell’azione si rivelavano inaspettatamente superbi di decisione e di ardimento.
Perciò ho imparato ad avere fiducia in una misteriosa forza della nostra razza, intima e nascosta, mentre i difetti sono così evidenti in superficie. Forse è il sedimento di umanità e di saggezza di una storia millenaria. La generazione che mi precedette lo chiamava lo stellone d’Italia, ma non può essere mera fortuna.

(Articolo pubblicato sul «GIORNALE DEL POPOLO» di Bergamo il 25 aprile 1946)

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