BIANCHI Emilio

EMILIO BIANCHI021di Valentino e di Ginevra Silenzi, nacque ad Ancona il 22 febbraio 1882 e morì il 25 maggio 1917 nell’ospedaletto da campo n. 5 per ferite riportate in combattimento.
Nato da modesta famiglia di lavoratori e rimasto orfano della madre fin dalla più tenera età, trascorse l’infanzia e compì gli studi a Viterbo. Trasferitosi a Roma intraprese il mestiere dì cameriere d’albergo, riuscendo con forza di volontà ed impegno nel lavoro ad assumere la gestione di una piccola trattoria. Dopo la dichiarazione di guerra all’Austria, chiamato alle armi nel luglio 1916 e destinato al 1° reggimento genio zappatori, raggiunse la zona di operazioni sul Carso con la 84^ compagnia del I battaglione, assegnata alla brigata Salerno, partecipando alle operazioni nel settore di Doberdò, dal novembre al dicembre. Nel gennaio 1917, ad Hudi Log, ferito gravemente durante un assalto da scheggia di granata e ricoverato in un ospedaletto da campo, dopo circa un mese, appena convalescente, chiese ed ottenne di rientrare al reparto. Assegnato ai servizi di cucina, impaziente di combattere, ottenne di ritornare fra i suoi compagni in prima linea e diede costante esempio di ardimento, di spirito di sacrificio e di serenità d’animo nel compimento delle più ardite e difficili missioni. Il 24 maggio 1917, durante la decima battaglia dell’Isonzo, l’84^ compagnia zappatori, che era stata assegnata al III battaglione dell’89° reggimento per eseguire lavori di rafforzamento della posizione di Boscomalo, occupata il giorno prima dalle fanterie, uscì dal ridottino di Nad Bregon e, sotto l’imperversare del tiro dell’artiglieria nemica, raggiunse le linee conquistate, dando inizio ai lavori di consolidamento delle trincee. Nell ‘arduo compito, il Bianchi fu esempio a tutti di calma e serenità, prodigandosi sotto il martellante fuoco nemico. Una scheggia di granata scoppiata poco lontano lo colpì alla gamba sinistra, orribilmente dilaniandola, ed egli, senza emettere un lamento, stoicamente sopportando il dolore, con mirabile coraggio e sangue freddo recise con un coltello i lembi di carne che ancora univano la gamba al corpo; poi, sollevato con la mano destra l’arto troncato e mostrandolo ai compagni rivolse ancora ad essi parole di incoraggiamento, incitandoli a proseguire nel loro compito. Morì il giorno dopo nell’ospedaletto da campo n. 5 e alla sua memoria fu conferita, con d. l. del 22 dicembre 1917, la medaglia d’oro al v. m. con la seguente motivazione:

Sempre primo ove più grave era il pericolo, raggiungeva sotto violento fuoco, la trincea nemica. Colpito da una granata avversaria che gli asportava la gamba sinistra, con mirabile sangue freddo estraeva dalla tasca un coltello e, tagliando i lembi della carne sanguinante, alzava nella mano destra la gamba mozzata, gridando parole magnifiche di incoraggiamento ai propri compagni. Rivoltosi poi al proprio ufficiale, esclamava: Viva l’Italia!. Il giorno seguente perdeva la vita. – Hudi Log, 24 maggio 1917.


G. Carolei, G. Greganti, G. Modica, Le Medaglie d’oro al Valore Militare  1917,  (a cura di), in Gruppo Medaglie d’Oro al Valore Militare d’Italia, [Tipografia Regionale], Roma 1968,    p. 58.

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