SETTINO Luigi

LUIGI SETTINO009di Pietro e di Anna Intrieri, nacque a San Pietro in Guarano di Cosenza il 17 gennaio 1897 e morì in combattimento a Dosso Faiti (Carso) il 15 maggio 1917.
Di modesta famiglia operaia, frequentate le prime quattro classi delle scuole elementari nel paese natio, fu avviato al mestiere di falegname. Educato ai nobili sentimenti di amor patrio, fu sensibile fin da ragazzo agli eventi storici del risorgimento nazionale e commuovendosi al racconto del sacrificio dei martiri per l’unità d’Italia, sentì nascere nel suo animo un senso di profonda avversione per gli oppressori delle terre irredente.
Chiamato alle armi fu arruolato nell’ottobre 1916 nel 30° reggimento fanteria della brigata Pisa, che nel dicembre successivo raggiunse sul Carso, sul basso Isonzo, e precisamente al Vallone di Devetaki.
Assegnato alla 5^ compagnia in posizione nelle trincee del settore del Volkovniak, dimostrò, fin dai primi giorni della sua permanenza in prima linea, ardimento e sprezzo del pericolo nei servizi di osservazione e di vigilanza sul nemico che gli vennero affidati.
All’inizio della decima battaglia dell’Isonzo, nel maggio 1917, il reggimento ebbe l’ordine di attaccare le posizioni austriache del Faiti. Il giorno 14 il soldato Settino lanciatosi avanti coi fanti della compagnia balzò per primo nelle trincee del così detto Dente occupandole e obbligando i difensori a retrocedere. Riaccesosi il combattimento dopo alcune ore, preceduto dal fuoco dell’artiglieria nemica che sconvolse gli apprestamenti, nella lotta divenuta ben presto accanita, si ebbero mirabili esempi di valore, fra i quali rifulse quello del giovane, quasi adolescente, fante calabrese, che dilaniato dallo scoppio di una granata nemica, ridotto un troncone sanguinante, ai compagni che gli si erano fatti vicino per soccorrerlo rivolse ancora il suo incitamento a resistere ed a non occuparsi di lui. E quando, in una pausa del combattimento, venne adagiato in una barella per essere avviato al posto di medicazione, rifiutò di essere portato via dal campo di battaglia e supplicò il comandante di lasciarlo morire fra i compagni, dicendosi lieto di offrire la vita per la grandezza della Patria. Con moto proprio sovrano del 10 settembre 1917, l’eroico fante fu decorato della massima ricompensa al v. m.
Dice la splendida motivazione:

Privato delle braccia e delle gambe dallo scoppio di una granata che gli produceva anche una larga ferita alla faccia, incitava calorosamente i compagni a scagliarsi contro il nemico per respingerlo. Rifiutava ogni soccorso per non sottrarre soldati al combattimento. Respinto l’attacco, non volle essere asportato dalla trincea, chiedendo allufficiale di poter restare in linea, contento di morire tra i suoi compagni per la grandezza della Patria. – Dosso Faiti, 14 maggio 1917.


G. Carolei, G. Greganti, G. Modica, Le Medaglie d’oro al Valore Militare  1917,  (a cura di), in Gruppo Medaglie d’Oro al Valore Militare d’Italia, [Tipografia Regionale], Roma 1968,    p. 34.

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