Il pane dei Patrioti

Roma-settembre-1943

Un “falso” storico “Roma città aperta”. Dichiarata unilateralmente dal mar. Badoglio, Roma sarà bombardata dagli Alleati ben 51 volte.

Uno dei più ardui problemi che il Fronte Militare Clandestino di Resistenza dovette affrontare durante i nove mesi di dominazione nazi-fascista in Roma, fu quello di procurare il pane alla enorme massa di patrioti che si nascondevano nella città e nelle campagne limitrofe.
In un primo momento tale problema non appariva eccessivamente preoccupante, giacchè un valido aiuto era dato dalla popolazione romana, la quale si toglieva, si può dire, il pane di bocca per cederlo a coloro che, vivendo nell’ombra, ne erano privi, dato che come ognuno ricorderà, le carte annonarie erano dal comando tedesco negate a coloro che non si presentassero al servizio del lavoro.
Migliaia di giovani si erano sottratti a questa bestiale ordinanza germanica, non intendendo contribuire in alcuna forma allo sforzo bellico dell’invasore. Il lavoro richiesto era noto a tutti: partecipare come bestie da soma alla costruzione di fortificazioni, alla riattivazione delle strade sconvolte dai bombardamenti, allo svolgìmento di umili e faticosissimi servizi a vantaggio dei più straccioni soldati tedeschi, ecc.
Ben pochi vi aderirono: e, quei pochi, nella quasi loro totalità, vi furono trascinati a viva forza, come schiavi.
Il comando tedesco era furente per questa decisa riottosità dei giovani ad aderire alle sue reiterate chiamate al lavoro, fatte con allettamenti vari e con minaccie.
Allorquando la razione del pane venne ridotta a cento grammi, la popolazione non ebbe più modo di privarsene in parte, tanta era l’esiguità di tale indispensabile alimento.
Fu allora che il problema del pane per i Patrioti si prospettò al Comando del Fronte Militare Clandestino di Resistenza in tutta la sua gravità.
Occorreva risolverlo in qualche modo e presto. Come fare ?

Ministero dei Trasporti. Gestione viveri "La Provvida". Tessera per impiegati statali.

Ministero dei Trasporti. Gestione viveri “La Provvida”. Tessera per impiegati statali (per gentile concessione Giorgio Palumbo)

 

Sull’aiuto dell’Annona romana nonostante la buona volontà di numerosi funzionari, che per altre necessità furono larghi di concessioni e di appoggi – si poteva contare in modo molto relativo, in quanto all’Ufficio Tesseramento le carte annonarie erano gelosamente custodite e controllate dà… agenti nazi-fascisti, Solo venti o trenta tessere per il pane potevano giornalmente essere fornite al CENTRO X del Fronte Militare Clandestino di Resistenza dagli uffici di via Ara Massima di Ercole.
Ma anche questa volta I’Ispettore di Polizia Arturo Museo salvò la situazione: non si sa come, egli riuscì a far scomparire il cliché incriminat o, distruggendo così a prova del grave reato ascritto agli arrestati. Questi rimasero tuttavia per ben quaranta giorni a «Regina Coeli», ma alla fine, avendo tutti concordemente negato il fatto e mancando ormai a carico di essi la prova materiale della loro colpevolezza, la polizia fu costretta anmettere in libertà.
Il giorno stesso della sua liberazione, il dott. Basevi si mise subito in moto per compiere l’ultima fase dell’impresa che avrebbe potuto finalmente far procurare il pane alla innumerevole schiera di patrioti che da lungo tempo ne erano privi.
Il compito della stampa delle tessere venne affidato alla ttipografìa dei fratelli De Santis.
L’opera fu così condotta a compimento e mezzo milione di carte annonarie veniva lanciato non solo sulla piazza di Roma, ma anche in provincia e perfino in varie zone dell’Italia Centrale. Naturalmente, per ogni singola zona, le tessere recavano i timbri comunali del luogo, anch’essi fabbricati a cura di Porry-Pastorel.
Al trasporto dei pacchi contenenti le tessere e alla consegna di queste ai destinatari provvedeva la «Guardia di Finanza», dimostratasi anche in questa occasione sinceramente avvinta alla causa partigiana.
I patrioti, in numero rilevantissimo, ebbero in tal modo la possibilità di procurarsi largamente il pane.
Era logico che la circolazione di una simile massa di carte annonarie non poteva non provocare un cambiamento nelle operazioni degli approvvigionamenti. I tedeschi se ne preoccuparono con eccezionale interesse: essi avevano compreso che qualcosa di anormale era stato compiuto, ma non riuscivano a rendersene esatto conto. Tutte le verifiche espletate, infatti, dettero esito negativo, in quanto le carte annonarie circolanti erano perfette in ogni loro particolare.
Le autorità fasciste repubblicane, da parte loro, operavano intensamente per poter afferrare il bandolo dell’aggrovigliata matassa. Perfino alla radio fu annunciato che numerose carte annonarie false erano in circolazione, promettendo premi vistosi a chi avesse fornito qualche notizia al riguardo ed esprimendo nel contempo minaccia di morte a carico dei responsabili di un simile attentato all’economia dello Stato. Tutto fu inutile perché nulla si scoprì.
I tedeschi prospettarono, allora l’idea di annullare tutte le carte annonarie in circolazione e di farne emettere altre con particolari caratteristiche. Per fortuna questa idea, che avrebbe causato il crollo di tutta la impalcatura creata al riguardo dal Centro X.  Più grave ancora, inoltre, si presentava il problema in parola nei confronti delle bande esterne di Roma, comprendenti anch’esse diecine di migliaia di individui, i quali, per forza di cose, vivevano nella più dura indigenza.
Il CENTRO X del Fronte Militare Clandestino di Resistenza non esitò ulteriormente a prendere una decisione estrema: fabbricare addirittura le carte annonarie per il pane, procurando di renderle del tutto simili a quelle autentiche.
L’incarico di questa immane opera venne affidato al dott. Ettore Basevi, Capo dell’Ufficio Stampa di detto Centro. Il Dott. Basevi prese subito contatto con alcuni tecnici, i quali, però, fecero presenti le difficoltà dipoterprocurarelospeciale tipo di cartafiligranata (prodotta nelle cartiere di Fabriano) usata per le tessere in questione.
Si fecero vari tentativi per fabbricarla, fino a conseguire dei risultati che, pur essendo assai soddisfacenti, non furono tuttavia tali da offrire un tipo di carta in tutto rispondente a quella, diciamo così, ufficiale, taluno sosteneva che nella massa dei «bollini» raccolti dagli esercenti e da questi versati all’Ufficio Razionamento di via Labicana, la minima diversità di carta sarebbe di certo passata inosservata, ma il dotto Basevi non ne volle sapere, non intendendo, in modo assoluto, di esporre i patrioti ad usare carte annonarie imperfette, sia pure nei minimi particolari.
Si tentò anche di ottenere la carta necessaria dalle cartiere di Fabriano, ma ciò non riuscì possibile essendo tali cartiere strettamente vigilate dai tedeschi.
Non v’era che un mezzo per risolvere la situazione: procurare la carta autentica prelevandola nei magazzini del Poligrafico dello Stato.
Il Dott. Basevi prese la risoluzione di tentare un colpo di mano nei magazzini statali di piazza Verdi, valendosi della preziosa cooperazione della Guardia di Finanza, sempre pronta a collaborare in pro dei Patrioti.
Presi gli opportuni accordi col capitano Argenziano – resosi per tante altre sue opere altamente benemerito della causa partigiana – il dott. Basevi provvide a che alcuni patrioti potessero introdursi nei magazzini del Poligrafico per studiare il modo più opportuno alla felice realizzazione del colpo progettato.
La rischiosa impresa venne così rapidamente studiata in ogni dettaglio, e, sempre mercè l’aiuto del capitano Argenziano e dei suoi fidi uomini, si stabilì di porla in atto senza indugi.
Verso le ore due di una notte piovosa, un autofurgone dell’A. T. A. G., guidato dall’ing. Fiastri, addetto all’ufficio manutenzione della Azienda Tramviaria, si fermava dinanzi ad una porticina nascosta del vasto edificio di piazza Verdi. Ne discesero il dott. Basevi, e quattro patrioti – di cui non si può fare il nome trovandosi le loro famiglie in una zona d’Italia ancora occupata dai nazi-fascisti – i quali subito varcarono la porticina lasciata aperta dal cap. Argenziano.
Poco lungi le sentinelle della “Finanza” non solo fingevano di non notare quello strano movimento, ma si tenevano pronte a segnalare ogni eventuale pericolo.
Per fortuna nulla di spiacevole accadde.
Circa mezz’ora durò il lavoro degli uomini del dotto Basevi, i quali scaricavano grossi pacchi dal furgone, penetravano nei locali del Poligrafìco, da cui tornavano ad uscire poco dopo recando altri pacchi del tutto simili ai precedenti.
Perchè bisogna sapere che il dott. Basevi, allo scopo di evitare che nei magazzini del Poligrafìco venisse constatata la scomparsa di pacchi contenenti fogli per carte annonarie, ne aveva fatti confezionare altri uguali da collocare al posto di quelli sottratti. Naturalmente quei pacchi non contenevano che cartaccia.
Quando il furgone fu pieno zeppo di colli, il dott. Basevi ed i quattro patrioti vi presero posto; la porticina si richiuse silenziosamente e l’autoveicolo si allontanò. Il colpo era fatto.
Poco dopo, ben 500 mila fogli (diconsi cinquecentomila) di carte annonarie per il pane e generi da minestra venivano depositati in luogo sicuro.
Un gran passo era compiuto nella realizzazione del piano escogitato.
Si doveva ora provvedere alla stampa di quei fogli onde ottenere le tessere da utilizzare.
Una perfetta riproduzione fotografica, tratta da una delle autentiche carte annonarie fornite dall’Ufficio Tesseramento, venne magistralmente seguita da Porry-Pastorel: da questa foto si trasse il cliché, riuscito perfettissimo ad opera di un esperto zincografo, il famoso “Pippo” -anch’egli ardente patriota, già in prigione una ventina di volte in regime fascista -il quale era addetto allo stabilimento de «La Tribuna ». E fu proprio in tale stabilimento che il lavoro venne eseguito, quasi sotto il naso di taluni di coloro che in quel giornale avrebbero pagato con un occhio la soddisfazione di poter fornire alle SS. nazi-fasciste un simile corpo di reato . . . Tutto era pronto, oramai, poichè anche i timbri ad umido ed a secco erano stati preparati da Porry-Pastorel; non mancava che il lavoro di stampa, che avrebbe dovuto essere effettuato nella tipografia Armellini in via Governo Vecchio, la stessa tipografia che già provvedeva alla stampa di una diecina di giornali clandestini. Purtroppo, però, le cose andarono male.

Roma, 5 giugno 1945

Roma, 5 giugno 1944. La V Armata entra nella Capitale per via Casilina. Nella foto “Porta Maggiore”.

Mentre il dotto Basevi si trovava in detta tipografia a conferire col proprietario per accordarsi sul lavoro da compiere, un nugolo di agenti della polizia repubblicana vi fece irruzione. Ogni cosa fu gettata all’aria nella scrupolosa perquisizione che seguì, ma per fortuna gran parte del prezioso materiale, e cioè la carta sottratta al Poligrafico ed i timbri fabbricati da Porry-Pastorel, erano stati pochi istanti prima portati altrove in seguito al provvido e tempestivo avvertimento dato dall’Ispettore di polizia Arturo Musco. Questi, venuto a conoscenza della sorpresa che doveva effettuarsi nella tipografia Armelini, aveva telefonato nei predisposti termini convenzionali segnalando l’imminente pericolo. Si era, allora, provveduto, in fretta e furia, a caricare il prezioso materiale su di un autofurgone, trasferendolo nella abitazione di Porry-Pastorel.
Il dott. Basevi rimase sul posto ritenendo di non aver nulla da temere. Sfortuna volle, invece, che nella confusione venisse dimenticato il grande cliché riproducente la carta annonaria anzidetta.
Il funzionario che lo scoprì ebbe così nelle mani la prova palpabile del gravissimo reato di falsificazione di carte annonarie, per il quale, come è noto, era prevista la pena di morte.
Tutti furono dichiarati in arresto: il dott. Basevi, l’Armellini ed il personale della tipografia al completo.
Questo costretto a ricominciare da capo, non ebbe alcun seguito immediato per merito dell’avv. Mario Cherubini, Direttore dell’Ufficio Tesseramento, il quale dichiarò che per attuare un simile lavoro accorrevano mesi e mesi di intensa attività. Il progetto andò così per le lunghe, ma probabilmente sarebbe stato tradotto in realtà con l’andar del tempo. La liberazione di Roma lo impedì.
I patrioti, comunque, avevano ormai il pane e potevano con minori sofferenze proseguire la lotta contro i dominatori nazi-fascisti.
Le carte annonarie in parola, che venivano consegnate direttamente ai patrioti, servivano a questi anche come documento atto a comprovare l’autentico valore delle carte d’identità in loro possesso. Ma anche queste “carte” erano . . . false. .

Fonte: A. Trosio, Roma sotto il terrore nazi-fascista, Mondini, 1944, Roma (in consultazione presso la Biblioteca di interesse locale “Lorenzo Lodi”.